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16.07.2010

La Svizzera prova a rilanciare il dialogo con l'Italia

«La nostra proposta di imposta equivalente, contenuta nel piano Rubik, è win-win. Avvantaggerebbe tutti. La Svizzera manterrebbe il suo segreto bancario ma gestirebbe in futuro patrimoni di fatto dichiarati; gli altri Paesi, nel caso anche l'Italia, riscuoterebbero imposte consistenti legate a questi capitali». Non ha dubbi Fulvio Pelli, avvocato ticinese, presidente del Partito liberal-radicale svizzero. Esponente di spicco del mondo politico elvetico e conoscitore del mondo finanziario – è anche presidente del cda della Banca dello Stato del Canton Ticino – Pelli è sceso ieri a Milano per spiegare ai media italiani la posizione svizzera e per fare un appello alla ripresa delle trattative tra Roma e Berna.
Dopo la visita a Roma della presidente della Confederazione elvetica Doris Leuthard, nei mesi scorsi, qualche spiraglio sembrava essersi riaperto. «Ma ora – dice Pelli – i negoziati sono praticamente interrotti e noi francamente non comprendiamo perché. Può darsi che il ministro Tremonti ritengache nessuna concessione vada fatta alla Svizzera, ma qui appunto siamo di fronte a un accordo che andrebbe a vantaggio di tutti. Se manca fiducia, dico che gli svizzeri sono precisi, un accordo lo rispettano». E l'euroritenuta, progenitrice dell'imposta equivalente, che ha dato sin qui pochi soldi ai Paesi Ue? «Ma in quel caso – risponde Pelli – la proposta non è stata svizzera, noi l'abbiamo solo accettata. È stata della Ue, con una forte spinta da parte della Gran Bretagna, che aveva forse in mente anche gli interessi della sua industria dei trust». I cardini della posizione attuale della Svizzera, condivisa secondo quanto conferma Pelli sia dal Governo elvetico sia dall'Associazione svizzera dei banchieri, sono in sostanza due. Da un lato, la firma di nuovi accordi fiscali sulla doppia imposizione, strumento per fissare la collaborazione nella lotta all'evasione fiscale, sulla base dei criteri Ocse. Berna ne ha sin qui firmati 24, tra cui quelli con Usa, Gran Bretagna, Francia. Con l'Italia, che mantiene la Svizzera per alcuni aspetti sulla sua lista nera, i negoziati sono fermi.
Dall'altro lato, Berna vuole guardare più avanti e lancia appunto l'imposta equivalente, alias Rubik. In sintesi, si tratterebbe di sanare il passato con una imposizione forfettaria sui capitali non dichiarati (una sorta di nuovo scudo complessivo con l'accordo della Svizzera) e poi di attuare una serie di accordi bilaterali per una imposta anonima sui redditi dei capitali in Svizzera, allineata a quella dei vari Paesi di provenienza dei capitali. Questa imposta, al contrario dell'euroritenuta,potrebbe toccare anche gli investimenti in azioni e le persone giuridiche. Berna manterrebbe il segreto ma da tutti i patrimoni verrebbero imposte.
«So che la proposta – afferma Pelli – è stata fatta anche all'Italia,ma non abbiamo avuto sin qui risposta. Con la Germania, invece, stiamo lavorando sia sulla doppia imposizione, sia su Rubik». Ma le perquisizioni fiscali nelle sedi Credit Suisse in Germania (che sono proseguite anche ieri, ndr) non rischiano di bloccare tutto? «Non credo. Penso si tratti ora solo di pressioni sui contribuenti tedeschi. Tutti i Paesi europei devono ragionare sulle prospettive. Vogliamo forse che i capitali vadano in Asia? Meglio per tutti, credo, che rimangano in Svizzera, Con una segreto che è privacy, che non copre i crimini. E pagando le imposte».

Fonte:  ilsole24ore

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